LA
CHIRURGIA PEDIATRICA IN ITALIA : UN PROBLEMA DA RISOLVERE
Gian Battista Parigi
Chirurgia Pediatrica, Dipartimento
di Scienze Pediatriche, Università degli Studi di Pavia e I.R.C.C.S.
Policlinico "S.Matteo", Pavia
Il problema
Qual è il problema ?
Questa è la prima spontanea
domanda che nasce di fronte ad un simile titolo. Se però tale
domanda è ovvia, del tutto meno ovvia ne è la risposta: la prima
istintiva reazione potrebbe anzi essere quella di concludere
perentoriamente che non esiste alcun particolare problema, e che
quindi potremmo chiudere subito la discussione.
Analizzando però più
approfonditamente l'evoluzione storica della nostra disciplina si
delinea un quadro che presenta degli aspetti sicuramente definibili
come "problema", e anche di non poco conto.
L'Italia può vantare
l'istituzione di quello che e' presumibilmente il primo Ospedale
Pediatrico al mondo, l'"Ospedale degli Innocenti" fondato a
Firenze nel 1495, ove e' plausibile pensare che i cerusici nostri
predecessori abbiano praticato alcune delle procedure chirurgiche
(frenulo linguale, polidattilia, ernia inguinale, ipospadia,
sinechie vulvari, circoncisione, idrocefalo, ano imperforato) trent'anni
prima descritte nel testo-atlante Cerrahiye-i Ilhaniye (1465) da
Šerafeddin
Šabuncuoglu,
chirurgo pediatra ante litteram operante all'ospedale di Amasya in
Turchia (1) . Passando ad un'epoca a noi più vicina
incontriamo i reparti chirurgici aperti negli Ospedali dedicati
esclusivamente ai bambini: il primo al mondo dell'epoca moderna,
l'"Hôpital des Enfants Malades" di Parigi (1804), il primo
in Italia, l'Ospedale Pediatrico del Bambino Gesu' di Roma
(1869), seguito dagli Ospedali Pediatrici "Cesare Arrigo" di
Alessandria (1886), "G.Salesi" di Ancona (1900), "Anna Meyer" di
Firenze (1904) e "Umberto I" di Brescia (1907). La prima Divisione
di Chirurgia Pediatrica istituita pero' come tale in un Ospedale
Generale -e quindi non come semplice "reparto chirurgico" in
ospedale pediatrico- è quella dell'Ospedale Galliera di Genova,
risalente al 1888. Nei decenni successivi altri reparti vengono
aperti tanto che allo scoppio della II Guerra Mondiale l'Italia
conta già 12 strutture di Chirurgia Pediatrica (2) . E'
però nel corso degli anni '40 che la nostra disciplina vede meglio
delinearsi i propri confini, con i primi successi nel trattamento
delle malformazioni congenite complesse quali l'atresia
dell'esofago, la malrotazione intestinale, il morbo di Hirschsprung;
i chirurghi che si dedicano esclusivamente alla cura dei bambini
divengono progressivamente più numerosi sino a che, nel 1953, si
giunge alla fondazione della prima Società di Chirurgia Pediatrica,
la British Association of Paediatric Surgeons (BAPS), seguita dopo
dieci anni dalla consorella italiana, la Società Italiana di
Chirurgia Pediatrica (SICP) fondata a Livorno il 24 Febbraio 1963.
Nella decade 1961-70 vengono aperte altre 11 strutture, cui fa
seguito il tumultuoso sviluppo iniziatosi nel 1970 con il massimo
storico di ben 7 Centri inaugurati in un solo anno e continuato sino
al 1983 con 20 nuove strutture, per un totale di 57 Centri di
Chirurgia Pediatrica operanti in Italia; da allora la situazione si
è stabilizzata su questo dato, con variazioni minime. Queste
strutture sono abbastanza disomogeneamente distribuite sul
territorio nazionale: quattro Regioni (Valle d'Aosta, Umbria,
Molise, Basilicata) non ne dispongono, così come 61 delle 100
provincie, con la maggiore discrepanza fra il Nord Est, dove la metà
(50,0%) delle provincie è dotata di Chirurgia Pediatrica, ed il
Centro, dove meno di un quarto (23,1%) ne è dotata (tab. 1). D'altra
parte 9 città dispongono di due o più strutture: Torino (2), Genova
(2), Milano (3), Bologna (2), Roma (4), Napoli (6), Bari (3),
Catania (2), Palermo (3). Strutture chirurgico pediatriche sono
presenti nel 4,9% degli Istituti di cura pubblici in Italia (57 /
1148), dispongono di medici e posti letto in percentuali inferiori
all'unità e ricoverano circa l'1 % del totale dei ricoverati / anno
(2) .
"Si licet in parvis
grandis exemplibus uti", volendo ricorrere ad un'analogia forse
un po' ardita tratta dal mondo dell'astrofisica, possiamo affermare
che in Italia a partire dagli anni '60 si verificò una situazione di
cospicuo addensamento di materia (la grande quantità di nascite
conseguente al baby boom di quegli anni), in un volume ridotto (il
relativamente modesto numero di chirurghi, ancor più ridotto
considerando solo quelli con un particolare interesse ai bambini) in
presenza di condizioni favorenti (la messa a punto di numerose nuove
tecniche chirurgiche del tutto peculiari dell'età pediatrica), tale
per cui si raggiunse la "massa critica" necessaria
all'innescarsi del processo di accensione di una nuova stella, nel
nostro caso di una nuova disciplina, appunto la Chirurgia
Pediatrica.
Perché una stella possa però
continuare a brillare - sempre continuando nella nostra bizzarra
analogia - è necessario che la massa critica si mantenga nel tempo,
pena il collasso stellare ed un lento decadere allo stato di nana
bianca, oggetto privo di luce propria vagante senza meta nello
spazio. Ebbene, si stanno da qualche tempo verificando in Italia
alcuni fenomeni di natura del tutto diversa fra loro ma che
nell'insieme concorrono a ridurre pericolosamente la "massa
critica" che ha consentito il nascere e lo svilupparsi della
Chirurgia Pediatrica, sino a metterne potenzialmente in discussione
addirittura la sopravvivenza. E' quindi questo il problema da
risolvere: nel prosieguo di questo articolo cercheremo di
identificarne le cause e proporne alcune possibili soluzioni.
Le cause
Tre sono le possibili cause
della perdita di "massa critica" in ambito chirurgico
pediatrico: la prima di ordine demografico, collegata cioè alla
denatalità; la seconda intrinseca alla nostra professione,
attraverso il fenomeno conosciuto come pletora medica; la
terza derivante dalla dispersione della casistica in reparti per
adulti, altrimenti definita come inappropriatezza dei ricoveri.
·
Denatalità
La denatalità è un fenomeno
ben conosciuto nei Paesi sviluppati, in particolare in Europa. Se
infatti nel nostro continente i nati vivi nel 1964 erano stati pari
a 19,1 per 1000 abitanti, nel 1995 questo dato si era pressochè
dimezzato a 10,7; nel 1950 la popolazione europea costituiva il
11,8% del totale mondiale, nel 1995 il 6,6% (3) . Anche
in questo panorama di contrazione spiccata delle nascite l'Italia
si pone agli ultimi posti: con un tasso di fertilità totale (TFT)
passato dai 2,66 figli per donna nel 1965 agli 1,17 nel 1997,
abbiamo solo la Lettonia e la Bulgaria sotto di noi nella classifica
(tab. 2) (4) . La fig. 1 esprime graficamente
l'andamento demografico del nostro Paese negli ultimi 60 anni:
risulta evidente un modesto calo nelle nascite in conseguenza degli
eventi bellici, subito seguito da una ripresa negli anni '60
culminata con il "baby boom" del 1964 in cui quasi si raggiunse il
numero di nascite del 1931 (1.016.000 vs 1.026.000 nati vivi). Nella
decade fra il censimento del 1971 e quello del 1981 si assiste
invece ad un autentico "crollo" nelle nascite, che passano da
906.000 a 623.000 (- 31%): il trend negativo persiste invariato sino
al 1986, quando si verifica una relativa stabilizzazione nel numero
di nascite annue intorno al valore di 560/580.000; a partire dal
1992 riprende però il calo, tanto da far vedere non lontana la
soglia delle 500.000 nascite / anno (vedi in fig. 2 il dettaglio
degli ultimi 15 anni). A fronte di questa diminuzione delle nascite
si assiste ad una sostanziale stabilità nell’incidenza relativa
delle interruzioni volontarie di gravidanza, che nel 1995 sono
risultate pari al 23,9% del totale delle nascite (134.817 IVG vs
526.064 nati vivi). Gli aborti spontanei nello stesso anno sono
stati 63.529, pari al 12,7% dei nati vivi (5,6) .
Ovviamente questo calo
demografico comporta anche una significativa variazione nella
composizione della popolazione italiana, così come rappresentato
dalla fig. 3: se negli anni '30 i bambini (0-14 anni)
rappresentavano il 30% circa dei residenti, allora di poco superiori
ai 40 milioni, negli anni '60 tale percentuale scende al 25% per poi
ulteriormente calare negli anni '90 sotto al 15%. La contrazione
nella natalità fa sì che, nonostante il lento ma progressivo aumento
della popolazione totale (da 41 a 57 milioni), non solo il numero
relativo ma anche quello assoluto degli abitanti di età inferiore ai
14 anni si riduca significativamente (dai 13 milioni del 1936 ai 9
milioni attuali).
Quali prospettive future
comporta un simile quadro demografico ? Due elementi possono
contribuire a renderne meno pesanti le conseguenze: una presunta
lieve ripresa nella natalità e l’apporto dell’immigrazione.
Dal primo punto di vista una
magra consolazione è quella delineata in tab.2, che delinea nella
proiezione per il 2020 un modesto incremento dal 27° al 25° posto
nella classifica del TFT, secondo le stime nazionali; secondo le
stime UN invece il nostro Paese costituirà nel 2020 il fanalino di
coda (fig. 4) (4) .
Dal secondo punto di vista
si osservi in tab. 3 l’apporto dell’immigrazione al bilancio
demografico del nostro Paese: nel 1993 si è giunti alla crescita 0
(in realtà, un risicatissimo saldo positivo di 2456 nascite sulle
morti), da allora siamo in costante deficit di nascite sulle morti
nell’ordine di 20.000/30.000 unità. L’incremento assoluto della
popolazione residente è dovuto all’apporto dell’immigrazione, che
registra un numero di nuovi cittadini “ufficiali” quasi
costantemente superiore ai 100.000 / anno. Non si conoscono però né
l’esatta stratificazione anagrafica di questi nuovi cittadini, né
ovviamente l'apporto dell’immigrazione illegale che però vede spesso
il nostro Paese solo come “passaggio” e non come destinazione
ultima. In prima approssimazione, considerando l’alta incidenza dei
bambini in questi flussi migratori, si può stimare che ogni anno
circa 50.000 soggetti in età pediatrica si aggiungano a quelli nati
nel Paese, pari a circa lo 0,6% del totale.
Rimane comunque la
preoccupante considerazione di fondo: dato che la generazione
attuale è figlia di quella del "baby boom", se un milione di
persone ne ha generato poco più di mezzo milione, che accadrà alla
prossima generazione ? La fig. 5 esprime graficamente le previsioni
demografiche da qui al 2020, e quel che dimostra non è certo
incoraggiante.
·
Pletora medica
E’ stato detto che i medici
disoccupati o sottoccupati in Italia siano tanti quanti sono in
totale i medici del Regno Unito, che ha la nostra stessa
popolazione; d'altra parte, secondo l'OMS il rapporto ottimale è di
1 medico ogni 600 abitanti, mentre in Italia siamo vicini al
rapporto di 1 a 150. Senza addentrarci nello studio delle cause e
delle conseguenze di tale situazione, che vanno ben al di là degli
scopi di questo scritto, ci limiteremo a studiarne gli effetti in
campo chirurgico pediatrico.
Non esistono a tutt'oggi dei
parametri oggettivi per indicare il numero ottimale di Centri e di
Chirurghi Pediatri in una data nazione; il Manpower Committee dell'U.E.M.S.
sta tuttora studiando il problema sulla scorta dei parametri
proposti dalla BAPS, che vedono come ottimale la presenza di 1
chirurgo pediatra "consultant" ogni 500.000 abitanti, e di un Centro
ogni 2.500.000 abitanti (7) . Sulla scorta di questi
parametri è stata costruita la tab. 4, dalla quale si evince che,
fra i Paesi a noi comparabili per popolazione, l'Italia è quella che
presenta di gran lunga il maggior numero di Centri e di personale
(sebbene il numero di chirurghi indicato per l'Italia comprenda
tutti i medici strutturati, non solo quelli comparabili ad un "consultant").
Un altro possibile parametro
di calcolo del fabbisogno di Chirurghi Pediatri può essere dedotto
dallo "Study on Surgical Services for the United States"
(citato nell'interessantissima seppur datata analisi di O'Neill
relativa alla necessità di Chirurghi Pediatri negli Stati Uniti
(8) )
che prevedeva necessaria e sufficiente per l'anno 1993 una densità
di 0,66 chirurghi pediatri / 100.000 abitanti, aumentata per l'anno
2008 a 0,75 chirurghi pediatri / 100.000 abitanti: il dato italiano
è pari a 0,78 chirurghi pediatri / 100.000 abitanti, e quindi
superiore alle esigenze stimate anche con questo parametro.
I recenti provvedimenti
legislativi di razionalizzazione del SSN hanno comportato nel corso
degli ultimi 5 anni una significativa riduzione nel numero di letti
e nell’organico dei Centri di Chirurgia Pediatrica operanti in
Italia; a fronte di queste variazioni risulta evidente il netto
incremento nel numero delle Scuole di Specializzazione, in
controtendenza rispetto agli altri indicatori (tab. 5). Il numero
totale degli specializzandi in Chirurgia Pediatrica in Italia per
l’A.A. 1998/1999 è stato fissato in 48 unità (Decr.MinSan 22/7/98,
GU 29/9/98) , pari ad oltre il 10% del totale dei posti in organico:
paragonando questo numero con quello di altre realtà nazionali la
differenza risulta stridente. Negli Stati Uniti esistono 22 training
programs / anno ((260 mln abitanti: 1 ogni 11,8 mln); in Spagna 4
(40 mln abitanti: 1 ogni 10 mln); in Gran Bretagna 13 (59 mln
abitanti: 1 ogni 4,5 mln), mentre da noi il rapporto è pari ad 1
specializzando ogni 1,1 mln di abitanti, esattamente dieci volte
maggiore che negli USA.
D'altro canto anche ad
un'attenta lettura della convoluta burocratica prosa del citato
Decreto risultano tutt'altro che chiari lo scopo della formazione
specialistica e misteriose le alchimie che hanno portato a definire
un numero di Specializzandi così palesemente spropositato (in
proporzione i posti di Specializzazione in Pediatria dovrebbero
essere nell'ordine del migliaio !). Le Scuole servono come
ammortizzatore sociale, fornendo una sorta di sussidio di
disoccupazione ("…considerando il numero di quelli già laureati
che non sono riusciti ad iscriversi ad una Scuola…") ? Sono
utili al SSN per contenere le spese, fornendo un'integrazione
surrettizia degli organici ("…si deve tener conto anche delle
specifiche esigenze del SSN…") ? Hanno come scopo quello di
preparare degli specialisti in Chirurgia Pediatrica, che
garantiscano la continuità del servizio (ma per questo scopo ne
servono al massimo 10 all’anno, non 48) ?
Quale sarà il futuro di
questi Colleghi una volta ottenuto il diploma di Specialità ? Dato
che la possibilità di entrare a far parte dell’organico delle
strutture attualmente esistenti è ipotizzabile solo per pochi
fortunati , non rimane per gli altri – almeno per quelli che ad onta
di tutto insistano pervicacemente nell’intenzione di praticare la
Chirurgia Pediatrica - che la possibilità di offrirsi in qualità di
chirurghi “esperti dei bambini” nelle Divisioni di Chirurgia
Generale. Il problema della pletora medica viene quindi a declinarsi
anche nel problema della moltiplicazione delle strutture che si
occupano della chirurgia del bambino pur senza costituire
formalmente una Unità Operativa autonoma di Chirurgia Pediatrica; in
altri termini, in una delle multiformi cause del problema dell’inappropriatezza
dei ricoveri.
·
Inappropriatezza dei ricoveri
"I soggetti in età
evolutiva (0-17 anni) hanno il diritto di essere ricoverati
all'interno di un'area pediatrica, costituita da strutture, servizi,
personale adeguati a tale fascia d'età". Così recita il Decreto
di Giunta Regionale Lombardia n. 6/38133, relativo alla definizione
di requisiti e indicatori per l'accreditamento delle strutture
sanitarie, riprendendo l'analogo dettato legislativo enunciato nel
Piano Sanitario Nazionale (G.U. 12/01/94). Lo studio della
situazione italiana mostra però che spirito e lettera di tali
disposizioni sono largamente disattesi. Risulta evidente dalla tab.
6, relativa alle percentuali di ricovero in area pediatrica
(Pediatria, Chirurgia Pediatrica, Neonatologia / TIN, NPI) che per
"età pediatrica" in Italia si intende in pratica poco più dei 5
anni: solo la metà circa (al Nord) od anche meno (al Centro ed al
Sud) dei pazienti dai 5 ai 14 anni sono infatti ricoverati in
reparti a loro adeguati. Il dettato legislativo, che pone il limite
dell'età evolutiva ai 18 anni, risulta poi del tutto disatteso per
la parte relativa agli adolescenti dai 15 ai 17 anni, per i quali il
ricovero in area pediatrica risulta essere un fatto del tutto
accidentale (8,3% su base nazionale). La media nazionale si attesta
intorno al 65%: in altri termini, in Italia un bambino su tre
risulta non ricoverato in un reparto a lui adatto. I dati di tab. 7
consentono di studiare dove venga ricoverato questo "bambino su
tre": il 7% in reparti ortopedici (i traumi e gli incidenti
rappresentano ancora purtroppo la prima causa di morte in età
pediatrica), una percentuale di poco maggiore in reparti ORL (la
tonsillectomia / adenoidectomia è su base nazionale l'intervento di
gran lunga più praticato in età pediatrica, e rappresenta da sola
quasi il 30% di tutti gli interventi chirurgici complessivamente
praticati entro i 18 anni - 71.705 su 255.726) (9) . La
tabella suggerisce però un'altra interessante considerazione: se la
Pediatria sta alla Medicina Interna come la Chirurgia Pediatrica sta
alla Chirurgia Generale, allora anche i relativi ricoveri
percentuali dovrebbero presentare un analogo rapporto. I dati
affermano invece che questo rapporto è di 46,1% vs 0,5% fra
Pediatria e Medicina, ma di 6,1% vs 7,7% fra Chirurgia Pediatrica e
Generale: la differenza è senza dubbio stridente, anche tenendo in
considerazione la diversa distribuzione geografica dei reparti di
Pediatria e di Chirurgia Pediatrica. I dati di tab. 8 evidenziano in
quali reparti vengano eseguiti gli interventi di routine nei
pazienti da 0 a 14 anni; risulta evidente che meno di un terzo di
questi sono eseguiti presso reparti di Chirurgia Pediatrica.
D'altro canto l'attuale
legislazione sanitaria, privilegiando l'aspetto di gestione
aziendale "che richiede il rendimento e non pretende alcuna
garanzia di competenza della struttura" (10) ,
induce le Amministrazioni ospedaliere a contrastare in ogni modo la
cosiddetta "fuga" dei propri pazienti, ormai considerati solo come
potenziali fornitori di DRG, verso altre strutture sanitarie: in
quest'ottica il bambino affetto da una patologia di interesse
chirurgico è considerato un "cliente" passibile di ricovero e
cura da parte un po' di tutti (pediatri, chirurghi generali,
chirurghi plastici, urologi, dermatologi, …), pur di non veder
migrare altrove il relativo DRG, ancorché regolarmente
sottovalutato. Si analizzino i dati presentati in tab. 9, relativi
ai ricoveri chirurgici del 1997 in Regione Lombardia (11)
, da cui risulta evidente come una non trascurabile parte anche
degli stessi lattanti, pazienti che pongono problemi del tutto
peculiari da molti punti di vista, sia trattata in reparti non
pertinenti all’area pediatrica. Può essere interessante a questo
proposito analizzare le pubblicazioni dedicate negli anni 1990/91 al
vivace dibattito insorto in Gran Bretagna circa l'opportunità di
trattare le stenosi del piloro negli ospedali periferici: un lavoro
favorevole al "decentramento"
(12) conclude
che "...such patients can be successfully treated in district
general hospitals", segnalando "en passant" ben 11 perforazioni
della mucosa duodenale su un totale di 46 pazienti operati, con una
percentuale del 23,9% quasi ai limiti della denuncia per imperizia
ed imprudenza !
Le soluzioni
Le soluzioni ai
multiformi problemi appena enunciati non possono naturalmente
essere semplici od univoche: si tenterà di delinearne alcune,
mutuate dall’esperienza dei Paesi a noi vicini o proposte ex novo
sulla scorta delle discussioni in atto nella SICP (le proposte di
seguito formulate devono comunque essere considerate strettamente
personali dell’Autore e non implicano in alcun modo l'avallo della
Società).
A proposito della
denatalità è ovvio che la soluzione vada ricercata a ben altro
livello di quello di Società Scientifiche: è però da non
sottovalutare l’impatto che una presa di posizione di queste possa
avere sull’opinione pubblica, contribuendo ad enfatizzare da un
punto di vista scientifico la gravità della situazione demografica
nel nostro Paese.
A proposito della pletora
medica la possibilità di intervento si sviluppa su due linee: la
futura politica di reclutamento delle Scuole di Specializzazione e
l’istituzione di nuovi Centri di Chirurgia Pediatrica.
Circa le Scuole, una volta
trovato l’accordo sulla necessità di ridurre il numero degli
specializzandi (e già su questo punto le opinioni nella SICP sono
tutt’altro che concordi), si può seguire la strada adottata dalla
Spagna, dove l’esame di ammissione è unico a livello nazionale: i
candidati risultati ai primi posti in graduatoria (in numero da 4 a
6, in base alle indicazioni di un’apposita Commissione ministeriale
cui fanno parte esponenti della Sociedad Española de
Cirugìa Pediàtrica) hanno il diritto di scegliere la sede
universitaria dove frequentare, inducendo in tal modo una
“selezione naturale” fra le 19 possibili sedi. Meno traumatico e più
adeguato alla nostra situazione potrebbe però essere il modello
inglese, in cui più Ospedali sono consorziati in 14 “Training
Programmes” con rotazione degli specializzandi nel loro ambito. Dato
che la legislazione delle Scuole di Specializzazione attualmente in
discussione nel nostro Paese prevede e favorisce l’istituzione di
Consorzi interuniversitari, si potrebbe percorrere questa strada per
ridurre il numero degli Specializzandi senza ricorrere alla chiusura
forzata di alcune Scuole.
Per quanto attiene
l'istituzione di nuovi Centri di Chirurgia Pediatrica, fa testo la
lettera inviata al Ministro della Sanità dal Presidente della SICP
prof. A. Leggio dove si legge: "Sia evitata l'istituzione
indiscriminata, come sta accadendo in varie regioni, di U.O. o
servizi di Chirurgia Pediatrica che, tenuto conto della ormai
documentata denatalità, comporterebbero una dispersione delle
patologie più importanti … Sia evitato di assegnare la denominazione
di Chirurgia Pediatrica a quei servizi che, nati con finalità
opportunistiche locali, non possano in realtà garantire livelli
qualitativi, assistenziali e tecnici conseguiti dalla moderna
Chirurgia Pediatrica … Non si istituiscano U.O. e servizi di
Chirurgia Pediatrica che non siano in armonia con quelli esistenti,
specie se questi costituiscono già Centro di riferimento culturale
ed assistenziale … ".
A proposito infine dell'inappropriatezza
dei ricoveri viene spontanea la citazione del noto
aforisma formulato da Sir Dennis Browne agli esordi della nostra
disciplina : "The aim of paediatric surgery is to set a standard,
not to create a monopoly" . La frase, evidentemente coniata
allora per tranquillizzare quei Chirurghi Generali preoccupati
della nascita di una disciplina vista come concorrenziale, sembra
sia oggi sin troppo estensivamente interpretata da quei Colleghi
generali che, magari con la compiaciuta benevolenza se non
incoraggiamento dei loro amministratori, trovano del tutto naturale
cimentarsi occasionalmente nel trattamento chirurgico non solo dei
bambini ma addirittura dei neonati (i dati di tab. 9 evidenziano
come anche quest'ultima sia un'evenienza tutt'altro che rara). E'
spesso probabile sia l'anestesista che, forse meno stimolato da
considerazioni di budget e più conscio del fatto che il rischio
anestesiologico è aumentato di almeno 10 volte nel neonato rispetto
al bambino (13) e in misura ancora maggiore nelle
anestesie pediatriche occasionali (14), frena la
disinvoltura del chirurgo generale. D'altra parte un servizio di
Chirurgia Pediatrica non è costituito solo dal chirurgo e
dall'anestesista, ma da tutto un insieme di personale, strutture e
servizi specialistici ben specifici e codificati a prescindere dai
quali lo standard di cura evocato da Dennis Browne non può
assolutamente essere raggiunto, quali che siano la capacità e
l'esperienza del chirurgo.
Se però da un lato è
censurabile questo atteggiamento, dall'altro non è oggettivamente
proponibile per motivi logistici il ricovero di tutta la patologia
chirurgica infantile in strutture di Chirurgia Pediatrica, anche a
prescindere da considerazioni di ordine amministrativo o medico
legale. Ai vantaggi di centralizzare tutti i casi (sviluppo di una
elevata esperienza specifica, disponibilità di servizi specialistici
di alto livello, possibilità di fornire un adeguato addestramento
agli specializzandi) si contrappongono infatti svantaggi quali la
perdita di esperienza a livello locale ed il disagio derivante ai
pazienti che dovessero trasferirsi di un centinaio di chilometri per
patologie di modesta gravità (15) . Si rende pertanto
necessario ipotizzare una soluzione di compromesso che salvaguardi
sia la specificità dei servizi offerti dai Centri di Chirurgia
Pediatrica sia la possibilità per i pazienti di essere trattati
nell'ospedale vicino a casa.
Un possibile modello è
quello delineato dalla BAPS (16) , che individua due
livelli di prestazioni chirurgico pediatriche, quelle specialistiche
e quelle non specialistiche. Nelle specialistiche si
includono: a) la chirurgia neonatale; b) alcune patologie
specifiche (oncologia, patologia epatobiliare, patologie complesse
gastrointestinali, malformazioni congenite, traumi maggiori,
endocrinochirurgia); c) patologie chirurgiche anche semplici in
bambini con malattie associate (ad es., un bambino affetto da ernia
inguinale e cardiopatia congenita); d) l'urologia pediatrica. Nelle
non specialistiche si includono alcune procedure elettive
(ernia, fimosi, criptorchidismo) e di urgenza (appendicite, scroto
acuto, traumi minori). Ai Centri di Chirurgia pediatrica dovrebbero
essere riferiti tutti i casi di Chirurgia pediatrica specialistica,
i casi di Chirurgia Pediatrica non specialistica in bambini di età
inferiore ai 5 anni, tutti i casi chirurgici nei bambini abitanti
nel raggio di 30 km. dal Centro; agli altri Ospedali i casi di
Chirurgia pediatrica non specialistica nei bambini di età superiore
ai 5 anni. Al fine di garantire anche a questi bambini un adeguato
standard di cure la BAPS propone che questi Centri non specialistici
debbano avere un bacino d'utenza sufficientemente ampio (almeno
200.000 abitanti) per praticare un numero annuo di interventi tale
da mantenere un adeguato livello di competenza chirurgica ed
anestesiologica; altrimenti viene raccomandato il trasferimento al
Centro più vicino, anche per evitare implicanze di ordine
medicolegale.
Nel caso del nostro Paese,
per ottemperare al dettato legislativo prima richiamato relativo
all'obbligo del ricovero del bambino in area pediatrica, si potrebbe
ipotizzare una sinergia fra i reparti di Pediatria, capillarmente
diffusi sul territorio, un Centro di Chirurgia Pediatrica di
riferimento dove trasferire i casi specialistici ed una Divisione di
Chirurgia Generale dove indirizzare per l'intervento i casi non
specialistici, fermo restando che il bambino va comunque tenuto
ricoverato in Pediatria. Per "stimolare" le Amministrazioni
ospedaliere a seguire questa indicazione, non relegandola nel campo
delle pie intenzioni disattese, la SIP e la SICP insieme potrebbero
richiedere al Ministero della Sanità di agire in coerenza con il
dettato del P.S.N. e di non pagare i DRG dei bambini ricoverati al
di fuori dell'area pediatrica.
Conclusioni
Il "problema da risolvere"
di cui al titolo - come spero di aver dimostrato- esiste ed è
radicale: se la "massa critica" dei bambini affetti da
patologie chirurgiche si riduce in termini assoluti, o si diluisce
in una miriade di sezioni e moduli, il destino per la Chirurgia
Pediatrica in Italia è quello di collassare se non di spegnersi. Le
spesso arcane logiche del sistema DRG, che rimborsa un'atresia
dell'esofago meno di un'appendicite complicata, non lasciano infatti
molti spazi di manovra: non esiste in Italia quasi un solo Centro di
Chirurgia Pediatrica che possa sopravvivere solo di casi complessi
trascurando la routine. Già ora il nostro tasso di occupazione letti
è inferiore, seppur di poco, al minimo di legge (68.7% vs 75%);
qualunque ulteriore riduzione nelle nostre attività per uno
qualunque dei motivi prima elencati potrebbe determinare un processo
di implosione difficilmente valutabile nelle sue conseguenze ultime.
La Chirurgia Pediatrica non pretende certo di essere un astro di
prima grandezza nel firmamento sanitario italiano; chiede però
discretamente di non essere costretta a diventare una nana bianca,
stella un giorno splendente ed ora oggetto privo di luce propria
vagolante nello spazio.
Bibliografia
1)
S.N.C. Buyukunal, N.
Sari: Serafeddin Sabuncuoglu, the Author of the earliest Pediatric
Surgical Atlas: Cerrahiye-i Ilhaniye. J.Pediatr.Surg. 26: 1148-1151,
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2)
G.B. Parigi: La chirurgia pediatrica in
Italia: dati per una riflessione. Rass.It.Chir.Ped., 36(suppl II):
1-27, 1994
3)
Statistical
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